Fonte: eToro
Sarebbe inesatto scrivere che agli investitori non piace l’incertezza. Visto che i guadagni compensano i rischi, allora un certo livello di incertezza è accettabile. È nella natura del gioco, dopo tutto, massimizzare la redditività del capitale investito. Ma le crisi finanziarie che si sono sviluppate negli ultimi mesi, prima nella zona euro e adesso negli Stati Uniti, hanno creato un tale grado di incertezza che le “zone di benessere” collettivo degli investitori si stanno rapidamente erodendo.
Dire che gli investitori sono nervosi è dir poco; con l’attuale situazione economica globale, il rapporto rischio/rendimento è in generale molto deludente. I tipici investimenti “sicuri”, ossia i titoli del tesoro e le obbligazioni governative non sono più così sicuri e le valute rifugio, il franco svizzero e lo yen giapponese possono anche essere sicure ma i loro rendimenti non sono più così interessanti e inoltre resta la preoccupazione che ci sarà un intervento sia della Banca Nazionale Svizzera che della Banca del Giappone.
Quindi a cosa ci porta questa situazione? Verso cosa potranno rivolgersi gli investitori di fronte a un’ulteriore aumento dell’incertezza e dell’instabilità? Verso l’ultimo bene rifugio per eccellenza: l’oro. Storicamente, è sempre stato così. Solo nel corso di quest’ultima settimana, l’oro è arrivato $1.800 l’oncia e si prevede che potrebbe crescere ancora prima della fine del rally.
L’oro durante i periodi di stress finanziario
Gli analisti sottolineano che esiste un indicatore dello stress finanziario e dell’avversione al rischio conosciuto all’interno dei circoli finanziari come lo spread“Ted”, che coincide con la differenza tra i tassi di interesse dei titoli del Tesoro a tre mesi e il tasso Libor a 3 mesi. Lo spread “Ted” è usato come indicatore delle paure degli investitori e storicamente mostra gli aumenti massicci del prezzo dell’oro durante i periodi di crisi finanziarie. Questi picchi sono stati chiaramente visibili durante gli anni Settanta e nell’ottobre del 1987 dopo il Lunedì Nero e il successivo crollo dei mercati azionari e poi ancora durante la crisi a livello mondiale causata dalla Lehman nel biennio 2007-2009.
L’oro è spesso descritto una bene a“copertura dalla crisi” e vi è una forte e decisiva correlazione tra i periodi di stress finanziari e la domanda di oro durante tali periodi. Gli analisti fanno notare che ci sono 3 scenari di “crisi finanziarie” che hanno spinto gli investitori a spostare i loro interessi verso l’oro.
Scenario #1: Durante i periodi in cui vi è un aumento della volatilità nei prezzi dei beni e forti cali nel valore di altri beni, ossia azioni o valute, gli investitori vanno alla ricerca di un bene con una riserva di valore indipendente dagli altri beni.
Scenario #2: Gli investitori temono una crisi sistemica, ossia dell’intero sistema bancario o nutrono forti preoccupazioni sulla credibilità degli strumenti di debito sovrano dei governi in crisi.
Scenario #3: Desiderio e bisogno di attività liquide durante periodi in cui può essere difficile ottenere, o addirittura determinare il valore di altri tipi di beni.
La relazione dell’oro con i tassi di interesse reali
Un altro fattore che influenza il prezzo dell’oro è la sua relazione con l’inflazione e i livelli dei tassi di interessi reali. Dal momento che l’oro è considerato un bene “sterile” e non frutta interessi, c’è un costo-opportunità nel detenere oro che aumenta di valore quando aumentano i tassi di interesse reali e che perde valore quando diminuiscono i tassi di interesse reali. Il prezzo dell’oro trae beneficio soprattutto nei periodi in cui i tassi di interesse reali sono negativi, ossia come negli anni settanta e come adesso nella maggior parte dei paesi sviluppati. L’attuale situazione economica per la maggioranza delle economia sviluppate caratterizzata da tassi di interesse vicini allo zero e un modesto trend inflazionistico, comporta tassi di interesse reali negativi che vanno a beneficio del prezzo dell‘oro.
L’oro e l’instabilità politica
Infine, un altro fattore che gioca a favore del prezzo dell’oro è l’instabilità politica. Nel periodo successivo alla fine degli anni Settanta, iniziato con l’assalto all’ambasciata statunitense in Iran e l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, i prezzi dell’oro salirono rapidamente. Nel 2001, il prezzo dell’oro aumentò di nuovo dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre. Negli ultimi mesi e ancora adesso abbiamo assistito a continue insurrezioni in parte del Medioriente e nel Nord Africa. Anche tra le economie più sviluppate e democratiche sussistono instabilità politiche; ciò è sottolineato dai voti di sfiducia, dalle dimissioni di funzionari pubblici e dall’emergere e dall’aumento dei nuovi partiti politici.
L’oro e la situazione attuale
Il prezzo dell’oro ha continuato a salire, toccando nuovi massimi quasi su base giornaliera. È facile capirne il motivo. Gli Stati Uniti e la zona euro si trovano in una fase di cambiamento e incertezza. Negli USA, anche se è stato deciso l’innalzamento del tetto del debito, resta incombente la questione del declassamento del rating. Nella zona euro resta aperta la questione relativa al meccanismo di salvataggio dalla crisi e se quest’ultimo sarà sufficiente a scongiurare un peggioramento della crisi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i tassi di interesse effettivi sono negativi a causa del continuo aumento dell’inflazione. Inoltre sia il dollaro che l’euro sono a rischio catastrofe; gli investitori stanno solo aspettando di vedere quale delle due valute sarà la prima.
Il ruolo dell’argento
Ma ci si potrebbe chiedere, cosa dire del prezzo dell‘argento? Dopotutto, è considerato un metallo prezioso, usato tra l’altro nella coniatura e nei gioielli. È vero, l’argento può essere definito un metallo prezioso ma chiaramente non rappresenta un investimento così “sicuro” e non ha lo stesso valore dell’oro e la ragione è proprio da ricercarsi nel fatto che esso è utilizzato “per diverse finalità”.
L’argento è un componente fondamentale nel settore industriale, usato nella creazione di un’ampia gamma di beni, tra cui veicoli, computer, componenti elettrici e elettronici, armi, pannelli fotovoltaici, etc. Nelle fasi di mercato ribassista, quando il comparto manifatturiero e la produzione diminuiscono, diminuisce anche il prezzo dell’argento.
Nel primo periodo di quest’anno, il prezzo dell’argento era intorno al livello record di 50 dollari; gli analisti sottolineano come il programma di QE della Fed abbia influito positivamente sull’aumento del prezzo dell’argento. Gli analisti dei metalli preziosi fanno notare che il prezzo dell’argento potrebbe diventare di tre cifre, ma solo sotto determinate condizioni. Se la Federal Reserve adotterà il QE3, è possibile che il prezzo dell’argento aumenti ancora ma come accade sempre con la Fed, gli investitori dovranno aspettare e vedere. Per il prossimo futuro, tuttavia, il prezzo dell’argento non dovrebbe conoscere troppa volatilità, almeno in relazione al prezzo dell’oro.
Il rapporto oro/argento
Visto il rapporto tra l’argento e l’industria, i rischi associati al prezzo dell’argento sono chiari. È altrettanto chiaro perché gli investitori preferiscano l’oro. Quanto preferiscano l’oro rispetto all’argento può essere visualizzato nel rapporto oro/argento. Con rapporto oro/argento si intende il numero di once d’argento che sono necessarie per acquistare una singola oncia d’oro.
Alla chiusura delle contrattazioni di venerdì, l’oro era scivolato dal precedente massimo giornaliero a circa $1.740 l’oncia, mentre l’argento era scambiato a circa $40 l’oncia. Il rapporto oro/argento era quindi intorno a 46, un livello che non si vedeva da più di sei mesi. Comparativamente, in seguito alla crisi finanziaria del 2008/2009, il rapporto oro/argento è stato vicino al livello di 50 per un intero anno.
Gli analisti dei metalli preziosi prevedono che è altamente probabile che il rapporto oro/argento continuerà a crescere fino a quando rimarranno le preoccupazioni degli investitori sull’economia globale. Fino a che livello si potrà arrivare? In passato, il rapporto è stato anche pari a 100, ma anche a 17; nella prima parte del 2011 (durante il culmine del periodo del QE2), il rapporto era intorno a 32.
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